Area espositiva di Ca’ Spineda

Area espositiva di Ca’ Spineda

Nell’ottobre 2020 la Fondazione Cassamarca ha inaugurato a Ca’ Spineda un nuovo spazio espositivo: 800 metri quadrati di allestimenti sviluppati su due piani, 100 opere esposte, una biblioteca di circa 10 mila volumi, 110 metri lineari di archivi storici.

L’esposizione è aperta al pubblico che, su prenotazione, può ammirare la vasta collezione d’arte che si è costituita in anni di acquisizioni e donazioni.

Essa comprende opere talvolta inedite e altre volte ben note per essere state prestate a musei importanti, italiani e stranieri.

Un centinaio di dipinti, ma anche disegni e acqueforti, realizzate tra Otto e Novecento, sono raccolte criticamente per la prima volta nel loro assieme in alcune rinnovate sale di Ca’ Spineda e nel contempo illustrate e commentate in un catalogo dedicato. Il loro allestimento, nelle stanze del mezzanino del palazzo cinquecentesco, ha lo scopo di rendere le opere accessibili al pubblico, il quale può ammirare, nell’occasione, anche lo scalone dell’architetto Giordano Riccati con gli affreschi di Gaspare Diziani del 1748.

L’esposizione, dal carattere permanente, valorizza il patrimonio di Fondazione Cassamarca e, insieme, il ‘Fondo Mons. Bortolan’, acquisito nel 2008, dal quale provengono alcuni numeri di catalogo di particolare interesse, quelli che rappresentano significativi “sguardi a Venezia”.

Il nuovo percorso espositivo offerto alla Città consente di integrare in modo considerevole quanto già offerto al visitatore dalle altre storiche istituzioni museali trevigiane: vengono proposti esempi significativi dei pittori più noti operanti a Treviso e nella Marca in quel periodo, mentre di altri artisti, meno noti o raramente esposti, si presentano opere utili, per qualità, a saggiarne la loro evoluzione artistica.

Ad aprire il percorso espositivo troviamo nella Sala della Biblioteca d’Arte il quadro dalle dimensioni ragguardevoli che rappresenta Il Provveditore Straordinario nella Terraferma Angelo Giustinian Recanati, accompagnato dal Podestà di Treviso Angelo Barbaro, si oppone alle pretese del Generale Bonaparte che incontra presso la Locanda all’Imperatore di Treviso il 2 maggio 1797. Fu realizzato nel 1860 da Rosa Bortolan su commissione del Comune di Treviso, di fatto pensato per essere destinato a una sede di rappresentanza municipale o, alla Pinacoteca Civica, infine acquistato nel 1920 dalla Cassa di Risparmio della Marca Trivigiana.

Nell’ottobre 2020 la Fondazione Cassamarca ha inaugurato a Ca’ Spineda un nuovo spazio espositivo: 800 metri quadrati di allestimenti sviluppati su due piani, 100 opere esposte, una biblioteca di circa 10 mila volumi, 110 metri lineari di archivi storici.

L’esposizione è aperta al pubblico che, su prenotazione, può ammirare la vasta collezione d’arte che si è costituita in anni di acquisizioni e donazioni.

Essa comprende opere talvolta inedite e altre volte ben note per essere state prestate a musei importanti, italiani e stranieri.

Un centinaio di dipinti, ma anche disegni e acqueforti, realizzate tra Otto e Novecento, sono raccolte criticamente per la prima volta nel loro assieme in alcune rinnovate sale di Ca’ Spineda e nel contempo illustrate e commentate in un catalogo dedicato. Il loro allestimento, nelle stanze del mezzanino del palazzo cinquecentesco, ha lo scopo di rendere le opere accessibili al pubblico, il quale può ammirare, nell’occasione, anche lo scalone dell’architetto Giordano Riccati con gli affreschi di Gaspare Diziani del 1748.

L’esposizione, dal carattere permanente, valorizza il patrimonio di Fondazione Cassamarca e, insieme, il ‘Fondo Mons. Bortolan’, acquisito nel 2008, dal quale provengono alcuni numeri di catalogo di particolare interesse, quelli che rappresentano significativi “sguardi a Venezia”.

Il nuovo percorso espositivo offerto alla Città consente di integrare in modo considerevole quanto già offerto al visitatore dalle altre storiche istituzioni museali trevigiane: vengono proposti esempi significativi dei pittori più noti operanti a Treviso e nella Marca in quel periodo, mentre di altri artisti, meno noti o raramente esposti, si presentano opere utili, per qualità, a saggiarne la loro evoluzione artistica.

Ad aprire il percorso espositivo troviamo nella Sala della Biblioteca d’Arte il quadro dalle dimensioni ragguardevoli che rappresenta Il Provveditore Straordinario nella Terraferma Angelo Giustinian Recanati, accompagnato dal Podestà di Treviso Angelo Barbaro, si oppone alle pretese del Generale Bonaparte che incontra presso la Locanda all’Imperatore di Treviso il 2 maggio 1797. Fu realizzato nel 1860 da Rosa Bortolan su commissione del Comune di Treviso, di fatto pensato per essere destinato a una sede di rappresentanza municipale o, alla Pinacoteca Civica, infine acquistato nel 1920 dalla Cassa di Risparmio della Marca Trivigiana.

Dopo questo “preambolo”, la Sala I presenta le opere dei tre Ciardi: Guglielmo con i figli Beppe ed Emma, ai quali si aggiunge Pietro Fragiacomo, per un classico confronto fra vedutisti. Nell’Atrio, sette inediti e rari disegni di Guglielmo Ciardi, di ambiente lagunare e della campagna trevigiana (Ospedaletto di Istrana), introducono la straordinaria novità della sua metodica pittura, aderente al vero. Sul versante dipinti, il “capolavoro” Una giornata di Novembre del 1869 di Guglielmo Ciardi, di grande impegno e dimensioni, manifesta un modo inedito nell’affrontare il paesaggio, in questo caso quello delle risorgive nella pianura in prossimità di Treviso.

Nella Sala II, Tra Otto e Novecento, si presentano i dipinti di Millo Bortoluzzi, Francesco Sartorelli originario di Cornuda, Cesare Laurenti, Vettore Zanetti Zilla e Giovanni Salviati. Le loro opere attestano, fra suggestioni ancora simboliste e aderenza al vero, modi diversi di interpretare l’ambiente veneziano e lagunare, il Litorale veneto, la Terraferma e la montagna. A parte, un unicum di Luigi Serena, un’immagine del Carnevale a Treviso del 1891 in cui la città si mette in burla.

La Sala III, Tradizione e sperimentalismi, è riservata a dipinti entro linee di ricerca stilistica in confronto dialettico. Un importante inedito dell’opitergino Giulio Ettore Erler, In vista di Alleghe, che documenta la sua adesione personale all’ultima fase del Divisionismo, sta accanto alle opere di Aldo Voltolin del 1917, con le quali supera il suo interesse per il Divisionismo alla Segantini. Seguono quelle di Teodoro Wolf Ferrari, trasferitosi da Venezia a San Zenone degli Ezzelini, tutte manifestanti il suo nuovo corso post-simbolista, che era improntato all’esperienza a Monaco di Baviera e all’attrazione esercitata dallo Jugendstil. Sono dunque Vittore Cargnel e Luigi Zaro con i loro dipinti di ambientazione montana, Friuli e forse Cadore, a impersonare in questo caso la linea più tradizionalista.

La Sala IV, riservata al tema dei Ritratti, annovera opere spalmate lungo un più esteso arco cronologico, a partire dall’ “opera idea” di Giuseppe Pavan Beninato sul volgere dei due secoli, fino a giungere alla metà degli anni Cinquanta con l’energico ritratto di Virgilio Guidi di Marco Novati e quello di Nena di Giuseppe Basso (di Giavera, ma legato professionalmente a Verona) che sembra voler omaggiare Gino Rossi.

Ritroviamo però anche Alessandro Pomi con la sua nota d’incomunicabilità. La verve espressiva degli esempi aderenti al vero di Umberto Martina, fondata sull’indagine fotografica. Lino Selvatico, che fissa la memoria degli affetti famigliari insieme al suo impegno e la fama internazionale nell’interpretazione di un ideale femminile di sofisticata eleganza. Singolare per il catalogo di Erler, il ribaltamento della retorica della Vittoria a favore di un’espressione di gioia di vita, con il ritratto di gruppo con giovani donne al balcone che spargono fiori. Il ritratto di ragazza del 1926 di Bepi Fabiano, realizzato a pastello, attraente per l’aspetto di costume, sembra invece essere sottilmente allusivo a una realtà intima, quella di una modella che si trova per età tra adolescenza e prima giovinezza. L’autoritratto di Nino Springolo, dalla straordinaria forza morale e consapevolezza della “missione del pittore”, probabilmente di lunga gestazione perché riservato al proprio atelier quale occasione meditativa.

Integrano i Ritratti i due portfolio dei disegni inediti: ritratti che documentano, oltre i già elencati, altri artisti (Luigi Nono, Antonio Canella, Ettore Tito) di cui si mostrano gli interessi meno noti, come quello dello studio accademico del nudo, dell’illustrazione o della caricatura.

Un felice ritrovamento è quello del cospicuo nucleo di disegni di Tancredi, con ritratti e autoritratti, che vanno a completare in modo significativo le testimonianze finora catalogate dei suoi esordi, prima della svolta dell’astrattismo.

Le Salette V e VI s’incentrano sui “ritratti” di paesaggi e cose della quotidianità, ossia di nature morte. Sono rappresentati pittori dall’esperienza condivisa della cosiddetta Scuola di Burano, quella di una seconda generazione di pittori dagli esiti fra loro ancor più differenziati. Sono gli interpreti di quella linea che si fonda sulla riscoperta di Cézanne, di un postimpressionismo “alla maniera veneziana”, ai quali si aggregano alcuni trevigiani, attratti dalla particolare situazione “buranella”. L’accostamento a Seibezzi, Mori e Zanutto di Malossi, del più appartato Bottegal, trova in questo modo una motivazione. Si distingue, pur partecipe a tale congiuntura, Juti Ravenna per la rappresentatività delle sue opere.

Ad una fase più avanzata, fra anni Cinquanta e Settanta, appartengono le ricerche di Bruno Darzino, Gianni Ambrogio, Nando Coletti e Giovanni Barbisan.

Chiude il percorso la Saletta VII con l’esposizione di una scelta di acqueforti del Fondo Bortolan. Artisti trevigiani, di origine (Lino Bianchi Barriviera) e di lunga presenza operativa, dialogano con il maestro indiscusso Giovanni Barbisan. La cui continuità è raccolta da Guerrino Bonaldo, nella cui ricerca si salda l’apertura originaria a un territorio che si deve a Guglielmo Ciardi.

In qualità di ouverture a questa linea e per sottolinearne l’appartenenza a una grande tradizione dei trevigiani, compaiono alcune acqueforti di artisti che a fine Ottocento hanno rinnovato la ricerca espressiva propria di quest’arte: il catalano Mariano Fortuny y Marsal, il più internazionale, e Mosè Bianchi, il lombardo invaghito di Chioggia.

Curatore dell’esposizione artistica è il prof. Giorgio Fossaluzza, docente nell’Università di Verona, che è anche l’autore del volume “Pittori a Treviso e nella Marca tra Otto e Novecento, con sguardi a Venezia”. L’opera, edita per l’occasione, illustra compiutamente il percorso espositivo e la collezione d’arte della Fondazione Cassamarca.

Fondazione Cassamarca